Risparmiare, investire o pianificare?

Risparmiare, investire o pianificare?

Sembrano tre modi diversi per dire più o meno la stessa cosa. In realtà non lo sono affatto.

Risparmiare significa mettere da parte una parte di ciò che guadagniamo. Investire significa cercare di far lavorare quel risparmio. Pianificare significa fare una cosa ancora diversa: decidere prima a cosa dovranno servire quei soldi e quando.

Ed è proprio il tempo, spesso, a fare la differenza.

Immaginiamo una famiglia con 300.000 euro di patrimonio finanziario. Una parte potrebbe servire tra un anno per cambiare casa, un’altra tra cinque o sei anni per aiutare i figli, un’altra ancora potrebbe essere destinata alla pensione o semplicemente al futuro della famiglia.

Sono sempre 300.000 euro, ma non sono gli stessi soldi.

Eppure siamo abituati a metterli idealmente tutti nello stesso contenitore e a farci una sola domanda: quanto sto guadagnando?

Quando i mercati attraversano una fase difficile, la domanda diventa inevitabilmente: quanto sto perdendo?

Forse è proprio qui l’errore.

Un investimento destinato a un obiettivo tra dieci anni non dovrebbe essere giudicato con lo stesso orologio del denaro che potrebbe servire tra dodici mesi.

Mi piace immaginare il patrimonio come una cassettiera.

C’è il cassetto del breve periodo, quello che deve darci soprattutto tranquillità e disponibilità. C’è quello degli obiettivi a qualche anno. E poi c’è il cassetto del lungo periodo, che può permettersi di attraversare mercati difficili perché ha dalla sua una risorsa preziosa: il tempo.

In questo modo cambia anche il nostro rapporto con ciò che accade sui mercati.

Tassi che salgono, obbligazioni che scendono, Borse sui massimi, guerre, inflazione, petrolio: ogni giorno sembra esserci un nuovo motivo per preoccuparsi o per aspettare.

Ma se il patrimonio è stato costruito partendo dagli obiettivi, non tutto deve funzionare bene nello stesso momento.

E soprattutto non tutto deve essere giudicato nello stesso momento.

È anche per questo che continuo a pensare che la domanda “è il momento giusto per investire?” abbia meno importanza di quanto normalmente le attribuiamo.

Il momento perfetto probabilmente non esiste. Esiste invece il tempo giusto per ogni obiettivo.

Prima viene ciò che vogliamo realizzare. Poi il tempo che abbiamo a disposizione. Soltanto alla fine vengono BTP, fondi, ETF, azioni, oro o qualsiasi altro strumento.

Perché pianificare non significa cercare di prevedere quale sarà il prossimo movimento dei mercati.

Significa cercare di fare in modo che quel movimento, qualunque sia, non ci costringa a cambiare i nostri progetti.

In fondo è questa, secondo me, la vera differenza tra avere degli investimenti e avere un piano.

Alla prossima

Paolo Zanoboni

E se la sorpresa arrivasse dalla Fed?

E se la sorpresa arrivasse dalla Fed?

Da qualche anno il mercato obbligazionario sembra aver perso quella tranquillità alla quale molti risparmiatori erano abituati. Prima l’inflazione, poi il brusco rialzo dei tassi, quindi le tensioni geopolitiche e la guerra in Iran hanno continuato a mettere sotto pressione i titoli di Stato, soprattutto quelli con scadenze più lunghe.

Eppure proprio quando una situazione sembra destinata a continuare indefinitamente, credo valga la pena fare una cosa che sui mercati è sempre utile: provare a immaginare anche lo scenario che oggi appare meno probabile.

Non per indovinare il futuro, ma per non farci trovare impreparati se dovesse cambiare.

E oggi una delle possibilità più interessanti riguarda proprio la Federal Reserve e il futuro dei tassi americani.

Qualcosa sta cambiando

A fine luglio la Federal Reserve guidata da Kevin Warsh ha mantenuto i Fed Funds nella fascia 3,50%-3,75%. L’inflazione rimane superiore all’obiettivo del 2% e questo continua a suggerire prudenza, tanto che fino a poche settimane fa il mercato attribuiva una probabilità significativa a un nuovo rialzo dei tassi.

Poi sono arrivati i dati sul lavoro di luglio.

L’economia americana ha perso 23.000 posti di lavoro, contro attese per una crescita di circa 80.000, mentre i dati di maggio e giugno sono stati rivisti complessivamente al ribasso di oltre 100.000 occupati. Non siamo automaticamente di fronte a una recessione, naturalmente, ma è un segnale di rallentamento che la Federal Reserve difficilmente potrà ignorare.

Dopo questi numeri, infatti, il mercato ha rapidamente ridimensionato la probabilità di un rialzo dei tassi già a settembre.

Ed è proprio qui che la situazione comincia a diventare interessante.

Poi c’è la politica

La Federal Reserve è e deve rimanere una banca centrale indipendente. Sarebbe quindi sbagliato sostenere che le sue decisioni vengano prese sulla base delle necessità politiche della Casa Bianca.

Ma sarebbe altrettanto ingenuo pensare che politica, economia e mercati vivano in mondi completamente separati.

Donald Trump arriva verso le elezioni di metà mandato con un indice di gradimento sceso recentemente intorno al 35% secondo un sondaggio Reuters/Ipsos e con l’economia, il costo della vita e l’aumento dei prezzi dell’energia diventati temi particolarmente sensibili per gli elettori.

Per l’Amministrazione sarebbe quindi certamente importante poter raccontare nei prossimi mesi uno scenario nel quale l’economia rallenta senza precipitare, l’inflazione torna progressivamente sotto controllo e diventa possibile ridurre il costo del denaro.

Non significa sostenere che i dati verranno manipolati, né tantomeno che la Fed asseconderà necessariamente le esigenze della politica.

Significa semplicemente riconoscere che esiste una fortissima pressione affinché le condizioni finanziarie possano, prima o poi, tornare meno restrittive.

Ma c’è un’altra ragione, forse ancora più importante, per la quale tassi elevati per molto tempo stanno diventando un problema per gli Stati Uniti.

L’elefante nella stanza: il debito americano

Il debito pubblico americano è ormai diventato una variabile che non possiamo più considerare marginale.

Secondo il Congressional Budget Office, nel 2026 il deficit federale dovrebbe essere vicino a 1.900 miliardi di dollari, pari al 5,8% del PIL, nonostante non ci troviamo in presenza di una grave recessione.

Ma il dato che considero ancora più significativo riguarda gli interessi.

Gli interessi netti sul debito pubblico americano dovrebbero superare 1.000 miliardi di dollari nel solo 2026, pari a circa il 3,3% del PIL. Se le attuali tendenze proseguissero, il CBO stima che potrebbero arrivare a circa 2.100 miliardi nel 2036, cioè al 4,6% del PIL.

E lo stesso Congressional Budget Office utilizza parole piuttosto chiare: l’attuale traiettoria fiscale americana non è sostenibile nel lungo periodo.

Per comprendere il problema basta pensare al bilancio di una famiglia.

Immaginiamo una famiglia molto indebitata che per anni abbia finanziato i propri debiti pagando interessi dell’1 o del 2%. Se improvvisamente, al momento di rinnovare quei finanziamenti, dovesse pagare il 4 o il 5%, il capitale da restituire sarebbe lo stesso, ma la rata diventerebbe progressivamente molto più pesante.

Lo Stato americano si trova, fatte naturalmente tutte le proporzioni, davanti a un problema simile.

Il debito non viene rifinanziato tutto insieme: ogni anno una parte enorme di Treasury arriva a scadenza e deve essere sostituita con nuove emissioni. Se i nuovi titoli vengono emessi a rendimenti molto più elevati rispetto a quelli che vanno a scadenza, il costo medio del debito continua progressivamente a salire.

E ogni dollaro destinato agli interessi è un dollaro che non può essere utilizzato per infrastrutture, difesa, sanità, ricerca o riduzioni fiscali.

Si crea così un meccanismo delicato: più cresce il debito, più aumentano gli interessi; più aumentano gli interessi, più aumenta il deficit; più aumenta il deficit, maggiore è la quantità di nuovo debito da emettere.

Naturalmente questo non significa che Kevin Warsh possa semplicemente abbassare i tassi per aiutare il Tesoro americano. La Federal Reserve ha un mandato preciso e deve innanzitutto mantenere sotto controllo l’inflazione e perseguire la massima occupazione.

Ma significa che l’intera economia americana è diventata molto più sensibile al livello dei tassi rispetto al passato.

Ed è un elemento che, guardando al medio periodo, non possiamo ignorare.

E se a settembre la sorpresa non fosse un rialzo?

A questo punto proviamo a mettere insieme i pezzi.

Il mercato del lavoro sta mostrando qualche segnale di debolezza.

L’Amministrazione Trump ha tutto l’interesse politico ad arrivare alle elezioni di metà mandato con un’economia che continui a crescere e con un costo della vita più gestibile.

Il debito pubblico rende sempre più oneroso mantenere per molti anni rendimenti elevati. Dall’altra parte rimane però il grande ostacolo: l‘inflazione.

Ed è probabilmente proprio lì che si giocherà la partita.

Se nelle prossime settimane dovessero arrivare contemporaneamente altri segnali di rallentamento economico e dati convincenti sulla discesa dell’inflazione, il quadro potrebbe cambiare molto rapidamente.

Oggi il mercato discute soprattutto se la Federal Reserve debba alzare ancora i tassi oppure mantenerli fermi. Ma proviamo a fare un passo ulteriore.

E se la vera sorpresa fosse che la prossima mossa della Fed non sia un rialzo, ma un taglio?

Non sto dicendo che accadrà a settembre, non è una previsione e non costruirei mai un portafoglio sulla scommessa che accada in una determinata riunione della Federal Reserve.

Sto dicendo qualcosa di diverso: è uno scenario che oggi ritengo concreto e che probabilmente il mercato non sta ancora prezzando pienamente.

Ed è proprio perché sarebbe inatteso che potrebbe produrre conseguenze importanti.

Azioni sì. Ma soprattutto obbligazioni

Una Federal Reserve improvvisamente più accomodante sarebbe probabilmente accolta positivamente dai mercati azionari. Una parte delle aspettative di tassi più bassi potrebbe però essere già presente nelle valutazioni, soprattutto su alcuni settori.

Sul mercato obbligazionario il discorso potrebbe essere differente. Quando i rendimenti scendono, le obbligazioni già emesse con cedole più elevate diventano più interessanti e il loro prezzo tende a salire. E, generalmente, maggiore è la durata finanziaria dell’obbligazione, maggiore è la sua sensibilità al movimento dei tassi.

È esattamente il meccanismo che negli ultimi anni ha funzionato al contrario.

Quando i tassi sono saliti violentemente, molti investitori hanno scoperto che anche un’obbligazione considerata sicura dal punto di vista dell’emittente può avere oscillazioni di prezzo importanti se la sua scadenza è molto lunga.

Il mercato obbligazionario ha attraversato così anni difficili e il 2026, con le tensioni in Iran e il conseguente rischio di una nuova fiammata dei prezzi dell’energia, ha aggiunto un’ulteriore fonte di incertezza.

Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia.

Proprio grazie a quelle difficoltà, oggi partiamo da rendimenti molto diversi rispetto al mondo dei tassi zero al quale ci eravamo abituati.

Ed è questo, secondo me, il punto da non perdere di vista.

Non dobbiamo indovinare settembre

L’inflazione americana potrebbe tornare a salire, magari proprio per effetto dell’energia. La guerra potrebbe mantenere alta la pressione sui prezzi. La Fed potrebbe decidere che la lotta all’inflazione viene prima di qualsiasi segnale di rallentamento economico e mantenere i tassi elevati più a lungo. Potrebbe perfino essere necessario un nuovo rialzo.

Sono tutti scenari possibili.

Ma investire bene non significa avere la sfera di cristallo e individuare quello che certamente si realizzerà.

Significa costruire portafogli capaci di funzionare in scenari differenti e, soprattutto, riconoscere quando un mercato che ha sofferto per molto tempo comincia nuovamente a offrire opportunità interessanti.

Per anni abbiamo imparato, talvolta dolorosamente, cosa accade alle obbligazioni quando i tassi salgono.

Forse è arrivato il momento di ricordarci anche cosa può accadere quando, prima o poi, iniziano a scendere.

Non so se succederà a settembre, non so nemmeno se la prossima mossa della Federal Reserve sarà effettivamente un taglio.

Ma oggi vedo alcuni tasselli che meritano attenzione: un mercato del lavoro che mostra i primi segnali di debolezza, una pressione politica crescente, un debito pubblico il cui costo sta diventando sempre più difficile da sostenere e, soprattutto, una Federal Reserve che potrebbe trovarsi rapidamente davanti a un quadro diverso qualora anche l’inflazione cominciasse a raffreddarsi.

Non è una previsione. È una possibilità concreta.

E sui mercati finanziari, molto spesso, le opportunità migliori cominciano a formarsi proprio quando ciò che fino a ieri sembrava impossibile inizia semplicemente a diventare possibile.

Buona pianificazione !

Paolo Zanoboni

Il momento giusto per investire? Forse non arriverà mai

Il momento giusto per investire? Forse non arriverà mai

Quante volte abbiamo rimandato una decisione di investimento perché “non era il momento giusto”? Forse i mercati erano già saliti troppo e sembrava tardi per entrare, oppure stavano scendendo e appariva più prudente aspettare che la situazione si calmasse. È un’esitazione che conosco bene, perché la incontro spesso parlando con i miei clienti, e che ha una caratteristica curiosa: il momento giusto, alla fine, non arriva quasi mai. Non perché non esista, ma perché riusciamo a riconoscerlo soltanto a posteriori, quando ormai è passato.

Non solo un modo per accumulare risparmi

Il piano di accumulo viene spesso presentato come uno strumento utile per mettere da parte, mese dopo mese, una parte dei propri risparmi. Ed è certamente così, ma questa definizione è incompleta, perché il PAC può svolgere anche una funzione diversa e, a mio avviso, altrettanto importante: permette di pianificare con maggiore serenità un investimento azionario, riducendo l’ansia legata alla scelta del momento in cui entrare.

Investendo una somma a intervalli regolari, invece di versare tutto il capitale in un’unica soluzione, non siamo più costretti a domandarci continuamente se i mercati siano troppo alti, se sia meglio attendere una correzione o se la discesa appena iniziata possa continuare. Il capitale entra in momenti e a prezzi differenti, seguendo un programma stabilito in precedenza: il PAC non elimina le oscillazioni dell’azionario, ma evita che ogni oscillazione si trasformi in una nuova decisione da prendere.

Quando si investe un capitale importante tutto in una volta, infatti, la mente resta inevitabilmente agganciata a quella data precisa e, se i mercati scendono nei mesi successivi, il pensiero “avrei dovuto aspettare” può diventare un peso difficile da togliersi di dosso, anche quando la scelta era corretta rispetto agli obiettivi e all’orizzonte temporale.

Frazionando l’ingresso, quel peso viene distribuito su molti momenti diversi e nessun singolo versamento decide da solo l’esito complessivo dell’investimento. Anzi, per chi sta costruendo gradualmente la propria posizione, una discesa può trasformarsi in un vantaggio, perché con la stessa somma si acquistano più quote.

La vera forza del PAC non consiste quindi soltanto nell’accumulare risparmi, ma nel sostituire la ricerca impossibile del momento perfetto con la disciplina di un percorso.

La lezione del marzo 2020

Un esempio molto concreto è ciò che accadde nel marzo del 2020, quando l’arrivo della pandemia e il blocco improvviso dell’economia mondiale provocarono una caduta quasi verticale dei mercati azionari. Nel giro di poche settimane l’indice S&P 500 perse circa un terzo del proprio valore e, mentre le notizie diventavano ogni giorno più drammatiche, la scelta apparentemente più prudente sembrava quella di fermarsi e aspettare.

Eppure, proprio quel crollo offrì una finestra straordinaria per acquistare a prezzi molto più bassi. Il recupero fu tanto rapido quanto inatteso e già nell’agosto dello stesso anno il mercato americano aveva ritrovato i livelli precedenti alla crisi. Chi aveva un piano di accumulo non dovette trovare il coraggio di decidere proprio nei giorni peggiori, perché il piano lo aveva già fatto al suo posto: i versamenti continuarono, consentendo di acquistare più quote durante la discesa.

Chi invece interruppe gli investimenti o vendette aspettando maggiore chiarezza rischiò di rimanere fuori anche durante la ripresa, perché i mercati cominciarono a recuperare quando le notizie erano ancora molto negative e il futuro appariva tutt’altro che rassicurante. È questa una delle lezioni più difficili da accettare: le migliori occasioni si presentano spesso quando emotivamente sembrano le meno invitanti.

Guerre, inflazione e il crollo sempre annunciato

Negli anni successivi alla pandemia sono arrivati l’inflazione, il forte aumento dei tassi di interesse, la guerra in Ucraina, il conflitto in Medio Oriente e tensioni geopolitiche sempre più diffuse. Ogni volta è sembrato ragionevole pensare che un nuovo grande crollo fosse imminente.

Quanti risparmiatori hanno ridotto o venduto i propri investimenti, aspettando che la situazione diventasse finalmente più tranquilla? E quanti sono rimasti fermi sulla liquidità, convinti che da un momento all’altro sarebbe arrivata un’occasione migliore?

Nonostante un 2022 molto difficile, negli anni successivi i mercati azionari globali hanno registrato una crescita importante. Questo non significa che le guerre e le crisi non abbiano conseguenze, né che i mercati siano destinati a salire sempre; significa, più semplicemente, che aspettare la scomparsa dell’incertezza può voler dire aspettare per sempre.

L’incertezza non è infatti un’eccezione nella storia dei mercati, ma la loro condizione abituale. Quando un problema sembra attenuarsi, spesso ne compare un altro: una recessione, una crisi politica, una guerra, un aumento dei tassi o una nuova emergenza. Chi aspetta che tutte le nuvole siano scomparse rischia di entrare soltanto quando i mercati sono già saliti e la serenità apparente è stata ampiamente incorporata nei prezzi.

“Vieni pure, che ti aspetto”

È proprio qui che il piano di accumulo mostra la sua funzione più importante: non ci obbliga a prevedere quando arriverà la prossima crisi e neppure a trovare il coraggio di investire tutto nel momento più difficile, ma ci permette di preparare in anticipo una risposta razionale a qualcosa che sappiamo prima o poi accadrà.

Con un PAC ben costruito, coerente con i nostri obiettivi e con il nostro orizzonte temporale, possiamo quasi rivolgerci al prossimo crollo e dirgli:

“Vieni pure, che ti aspetto.”

Non perché le discese facciano piacere o non provochino emozioni, ma perché sappiamo che, durante quelle fasi, i nostri versamenti acquisteranno più quote a prezzi inferiori. Il crollo che spaventa chi deve ancora decidere può così diventare un’opportunità per chi ha già deciso di seguire un piano.

Il PAC è quindi molto più di una tecnica per accumulare gradualmente un capitale: è un metodo per proteggere le nostre decisioni dalle nostre emozioni e trasformare un’intenzione in un progetto concreto. Una famiglia può utilizzarlo per il futuro dei figli, un giovane per iniziare a costruire il proprio patrimonio e un imprenditore per destinare con regolarità una parte dei propri risparmi a obiettivi di lungo periodo.

Per concludere

Il piano di accumulo non è una scorciatoia per guadagnare di più e non elimina i rischi dei mercati azionari. Deve essere inserito in una corretta pianificazione, con un orizzonte temporale adeguato, una somma sostenibile e strumenti coerenti con gli obiettivi dell’investitore.

Il suo valore più autentico consiste però nel liberarci dalla necessità di indovinare il momento perfetto, permettendoci di continuare a investire anche quando l’incertezza suggerirebbe emotivamente di fermarci.

Forse, la prossima volta che una somma resterà ferma in attesa del “momento giusto”, varrà la pena domandarsi se non sia proprio quell’attesa, e non il mercato, il vero rischio da gestire.

Paolo Zanoboni

L’Odissea dell’investitore: la serenità di avere una rotta

L’Odissea dell’investitore: la serenità di avere una rotta

In questi giorni, grazie al film di Christopher Nolan, si torna a parlare dell’Odissea, uno dei racconti più affascinanti mai scritti. È una storia che tutti conosciamo, ma che forse, riletta con gli occhi di un consulente patrimoniale, racconta qualcosa di molto attuale.

Perché il viaggio di Ulisse non è soltanto il ritorno a casa di un eroe. È il racconto di un uomo che, per dieci lunghissimi anni, affronta un mare imprevedibile, tempeste, mostri, false promesse e continui cambi di scenario. Eppure riesce ad arrivare a Itaca.

La domanda è semplice: come ci riesce?

Non perché il mare, a un certo punto, diventi tranquillo. Non perché qualcuno gli garantisca un viaggio senza rischi. E nemmeno perché sappia in anticipo cosa lo aspetta dietro la prossima onda.

Ulisse arriva a destinazione perché ha sempre ben chiara la sua meta. Ogni decisione che prende, ogni deviazione, ogni sosta, ogni scelta difficile viene valutata in funzione di quell’obiettivo. La rotta può cambiare, la destinazione no.

Più ci penso, più mi sembra una delle metafore più efficaci per descrivere il modo in cui dovrebbe essere gestito un patrimonio.

Molti immaginano gli investimenti come una continua ricerca del settore vincente, del momento giusto o della previsione perfetta sui mercati. In realtà, dopo oltre quarant’anni di questo lavoro, ho imparato che il successo non dipende dal cercare di prevedere il futuro, ma dal costruire un percorso capace di attraversarlo.

Le tempeste, prima o poi, arrivano sempre. Possono colpire l’azionario, l’obbligazionario, l’immobiliare o le materie prime. Una volta si chiamano crisi finanziaria, un’altra pandemia, poi guerra, inflazione inattesa o improvviso aumento dei tassi d’interesse.

Chi investe da qualche anno lo sa bene. La differenza non la fa chi riesce a evitare le tempeste, ma chi ha preparato la nave prima di salpare.

Nell’Odissea ci sono episodi che conosciamo tutti: le Sirene promettono ciò che ogni uomo desidera ascoltare, Circe offre una vita più semplice, i Lotofagi regalano l’illusione di poter dimenticare ogni fatica. Sono tentazioni che invitano ad abbandonare il viaggio, a rinunciare alla meta per inseguire una gratificazione immediata.

Anche i mercati finanziari hanno le loro Sirene. Ogni giorno qualcuno ci racconta che esiste un’opportunità irripetibile, l’investimento che non può fallire o il settore destinato a crescere all’infinito. Oppure, al contrario, ci convince che sia arrivato il momento di vendere tutto perché sta per scoppiare una nuova bolla.

Il loro canto cambia, ma l’effetto è sempre lo stesso: farci perdere la direzione.

La buona notizia è che, proprio come un navigatore esperto conosce le correnti, i venti e gli strumenti per affrontare il mare, anche nella gestione di un patrimonio esistono strategie capaci di trasformare molti ostacoli in punti di forza.

La diversificazione, ad esempio, non elimina le onde, ma rende la nave più stabile. Un corretto orizzonte temporale permette di attraversare le fasi difficili con maggiore serenità, apportando quando serve piccoli aggiustamenti, senza stravolgere il progetto. È un po’ come un bravo comandante: non può cambiare il vento, ma sa regolare le vele.

La presenza di strumenti con caratteristiche diverse, azioni, obbligazioni, oro, materie prime e altri investimenti costruiti con obiettivi precisi, non serve a prevedere il prossimo evento geopolitico, ma a fare in modo che il patrimonio possa continuare il suo viaggio anche quando il mare cambia improvvisamente volto.

È proprio qui che, a mio avviso, emerge il vero valore della consulenza.

Non consiste nel promettere un viaggio senza tempeste, perché nessuno potrebbe farlo seriamente. Consiste nel progettare una nave sufficientemente solida per affrontarle, sapendo che ogni fase di mercato, anche la più difficile, può trasformarsi in un’opportunità per chi conosce gli strumenti giusti e il modo corretto di utilizzarli.

Molte delle migliori decisioni d’investimento della storia sono nate proprio nei momenti in cui la paura sembrava dominare tutto (spoiler, ne parlerò la prossima volta) . E molte grandi ricchezze sono state costruite non evitando le crisi, ma attraversandole con pazienza, metodo e disciplina.

Ulisse, in fondo, ci lascia un insegnamento molto semplice, la serenità non nasce dall’illusione che il mare resti sempre calmo.

Nasce dalla consapevolezza di avere una nave costruita bene, strumenti affidabili, un equipaggio competente e una rotta che continua a indicare la direzione anche quando il cielo si riempie di nuvole.

È esattamente questo che dovrebbe fare una buona pianificazione patrimoniale. Non promettere l’assenza degli imprevisti, ma permetterci di affrontarli con la tranquillità di chi sa di avere una strategia costruita per durare nel tempo. Perché, alla fine, il vero obiettivo non è indovinare quale sarà la prossima onda.

È costruire una nave e una rotta capaci di portarci a destinazione, qualunque mare ci troveremo ad attraversare.

Buona pianificazione.

Paolo Zanoboni


Il rumore del prezzo, il segnale dei flussi

Il rumore del prezzo, il segnale dei flussi

Oro e argento: quando ciò che conta non è soltanto quanto valgono oggi, ma chi li sta comprando e perché.

Capita spesso, parlando di investimenti, di osservare il prezzo come si guarda il tabellone delle partenze in aeroporto: sale, scende, lampeggia, cambia continuamente. E ogni movimento sembra richiedere una decisione immediata. Ma il patrimonio non si governa inseguendo ogni variazione. Si governa imparando a distinguere il rumore dai segnali.

Il prezzo dell’oro e dell’argento è rumore quando lo osserviamo giorno per giorno. Può essere influenzato da una dichiarazione, da una crisi geopolitica, da una presa di profitto o da un’ondata speculativa. Il segnale, invece, è qualcosa di più lento: sono i flussi, cioè i comportamenti ripetuti di chi muove capitali con un orizzonte molto più lungo del nostro.

Ed è qui che le banche centrali meritano attenzione. Nel primo trimestre del 2026 hanno acquistato circa 244 tonnellate di oro. Negli ultimi quattro anni ne hanno accumulate mediamente circa 1.000 tonnellate l’anno, il doppio rispetto alla media del decennio precedente. Inoltre, l’89% dei responsabili delle riserve intervistati dal World Gold Council ritiene che le riserve auree globali continueranno a crescere nei prossimi dodici mesi.

Le banche centrali non comprano oro per indovinare il prezzo della prossima settimana. Lo comprano perché non è il debito di qualcun altro, non dipende dalla solvibilità di un emittente e può rappresentare una riserva politica oltre che finanziaria. Quando acquistano e, in alcuni casi, riportano fisicamente l’oro nei propri Paesi, stanno dicendo che la fiducia nelle sole riserve in valuta non è più scontata.

Questo non significa che il prezzo debba salire subito. Significa che sotto la superficie si sta muovendo qualcosa.

Il nodo dei tassi reali

Oggi negli Stati Uniti i tassi reali a lungo termine sono positivi: il rendimento dei titoli di stato è superiore all’inflazione di circa il 2% . Per l’oro questa situazione è un vento contrario, perché un titolo pubblico offre un rendimento reale mentre il metallo non paga cedole. Eppure gli acquisti ufficiali proseguono. È proprio questa apparente contraddizione a rendere il segnale interessante.

Il problema è che tassi reali elevati, mantenuti a lungo, diventano pesanti per un Paese molto indebitato. Il Congressional Budget Office stima per il 2026 un deficit federale di circa 1.900 miliardi di dollari e interessi netti vicini a 1.000 miliardi. Più il debito viene rifinanziato a tassi alti, più una parte crescente delle risorse pubbliche viene assorbita dal servizio del debito.

Da qui nasce uno scenario possibile, non una certezza: gli Stati Uniti potrebbero avere convenienza, nel tempo, a tollerare un’inflazione un po’ più alta e a impedire che i tassi nominali salgano nella stessa misura. Potrebbe avvenire attraverso tagli dei tassi, acquisti di titoli, gestione della liquidità o altre forme di intervento. Il nome tecnico è meno importante dell’effetto: far crescere l’economia nominale più velocemente del costo medio del debito.

IL RUMOREIL SEGNALE
Il prezzo di oggi, le correzioni, le notizie, le prese di profitto.Gli acquisti ripetuti, la diversificazione delle riserve, i deficit strutturali di offerta.

E l’argento?

L’argento condivide con l’oro la funzione di bene reale, ma ha un carattere diverso. È più piccolo come mercato, più volatile e molto più legato all’industria. Il Silver Institute prevede per il 2026 il sesto deficit consecutivo tra domanda e offerta. Anche con una domanda industriale meno brillante, le scorte limitate rendono il mercato vulnerabile a movimenti molto ampi, in entrambe le direzioni.

Per questo oro e argento non vanno confusi. L’oro è soprattutto una riserva monetaria e geopolitica. L’argento è insieme metallo monetario e materia prima industriale. In un patrimonio possono avere un ruolo, ma non lo stesso peso e non la stessa funzione.

La riflessione patrimoniale

Il punto non è prevedere il prossimo massimo né trasformare i metalli preziosi in una scommessa. Il punto è chiedersi se una parte del patrimonio debba essere protetta da scenari in cui moneta, inflazione, debito pubblico e geopolitica tornano a contare più del previsto.

Le banche centrali non sono infallibili. Ma quando molte di loro, per anni, compiono la stessa scelta, ignorarla perché il prezzo oggi sembra già alto o perché domani potrebbe scendere significa forse guardare il rumore e perdere il segnale.

La domanda giusta, quindi, non è: «quanto farà l’oro nei prossimi mesi?». È piuttosto: il nostro patrimonio è costruito anche per uno scenario nel quale il valore della moneta viene lentamente eroso?

Buona pianificazione

Paolo Zanoboni

Fonti: World Gold Council, Gold Demand Trends Q1 2026 e Central Bank Gold Reserves Survey 2026; Silver Institute, World Silver Survey 2026; Federal Reserve e FRED, tassi reali USA; Congressional Budget Office, Budget and Economic Outlook 2026-2036; Financial Times, giugno-aprile 2026. Dati consultati il 15 luglio 2026. Il testo esprime uno scenario possibile e non una previsione certa.