Era il tempo dei Ruggenti anni Venti. L’America correva, i mercati salivano, e chi aveva denaro poteva sognare di moltiplicarlo. Ma chi non lo aveva, il contabile, l’operaio qualificato, la famiglia del ceto medio, rimaneva fuori dalla porta. Il mercato azionario era un club privato, riservato ai Rockefeller, ai grandi industriali, a chi poteva permettersi di rischiare cifre considerevoli in strumenti opachi, illiquidi, e spesso truffaldini.
In questo scenario entra in scena un personaggio improbabile: Edward Leffler, un venditore di articoli per la casa. Non un banchiere, non un accademico di Harvard. Un uomo di strada, abituato a guardarsi negli occhi i clienti, a capire i loro problemi reali. E il problema che vedeva ovunque era sempre lo stesso: non esiste uno strumento d’investimento valido per chi non è già ricco.
I fondi dell’epoca, i cosiddetti fondi chiusi, erano una giungla. I gestori non dichiaravano le posizioni, compravano con la leva, speculavano senza scrupoli. E quando un piccolo investitore voleva uscire, doveva trovare da solo un compratore disposto a pagare un prezzo spesso lontano dal valore reale. Era un meccanismo pensato per proteggere chi stava dentro, non per aiutare chi voleva entrare.
Leffler aveva un’idea diversa. Semplice, quasi ovvia a dirsi, ma rivoluzionaria nella pratica: creare un fondo che emettesse nuove quote ogni volta che un investitore volesse entrare, e che le riacquistasse a un prezzo equo (valore di mercato) ogni volta che volesse uscire. Trasparenza, liquidità, accessibilità. Un fondo aperto a tutti, non solo ai privilegiati.
Per tre anni bussò a porte chiuse. L’idea era troppo radicale, troppo disruptiva per i circoli finanziari dell’epoca. Poi, quasi per caso, si presentò agli uffici di una piccola società di brokeraggio di Boston: Learoyd, Foster & Co. Charles H. Learoyd e Hatherly Foster Jr. capirono immediatamente. Videro ciò che gli altri non avevano voluto vedere.
Il 21 marzo 1924, i tre fondarono il Massachusetts Investors Trust, il primo fondo comune aperto della storia americana.
Il portafoglio iniziale contava 80 società: ferrovie, aziende di pubblica utilità, nomi solidi e riconoscibili. Alcune di quelle stesse aziende, tra cui Pepsi e Philip Morris , esistono ancora oggi. Il 95% dei titoli originari è tuttora presente sui mercati. Un dato che, a un secolo di distanza, dice tutto sulla filosofia con cui quel fondo era stato costruito: non la scommessa, ma la fiducia nel lungo termine.
Oggi il Massachusetts Investors Trust è ancora quotato, con il ticker MITTX, e gestisce circa sei miliardi di dollari. La società che lo diede alla luce, Massachusetts Financial Services , opera ancora, conosciuta nel mondo come MFS.
Performance dalla nascita ad oggi
I dati precisi di rendimento annualizzato dal 1924 non sono pubblicati in forma aggregata su fonti aperte (MFS li divulga parzialmente nei prospetti regolamentari), ma le informazioni disponibili disegnano un quadro molto chiaro:
- Dalla nascita del fondo, il rendimento annuo medio è stato di circa ~9-10% annualizzato (i dati sintetici disponibili su piattaforme terze citano una media, dall’inizio ad oggi, che incorpora tutti i dividendi reinvestiti).
- Nell’ultimo decennio (2014–2024), MITTX ha registrato un rendimento annualizzato del 13,32%, leggermente superiore all’S&P 500 che nello stesso periodo ha reso il 12,89%.
- Storicamente, il 61% dei mesi è stato positivo e il 39% negativo. Il miglior mese è stato ottobre 1974 (+14,7%), il peggiore ottobre 1987 (-22,1%).
I momenti storici chiave
- Durante il crash del 1929, il fondo subì una perdita fortissima ma sopravvisse, continuando a pagare dividendi agli investitori durante la Grande Depressione.
- Nel 1959, il Massachusetts Investors Trust era diventato il più grande fondo comune d’investimento degli Stati Uniti.
- La filosofia e il processo di investimento sono rimasti invariati dalla fondazione del 1924, detto in termini finanziari attraverso una selezione bottom-up, cioè basata sull’analisi fondamentale delle aziende, in pratica considerare il valore intrinseco della società trascurando le tendenze macroeconomiche o le mode del momento.
Ma c’è una riflessione che va oltre i numeri e le date.
Se il risparmio gestito esiste da oltre cento anni, e se in America ha avuto il tempo di maturare, consolidarsi e diventare infrastruttura culturale prima ancora che finanziaria, non è un caso che oggi negli Stati Uniti il consulente finanziario sia una figura professionale di cui difficilmente si fa a meno, esattamente come, per un’azienda italiana, è impensabile operare senza un buon commercialista.
Non è una questione di moda o di offerta commerciale. È l’esito naturale di un processo lungo un secolo, in cui i mercati sono diventati complessi, i prodotti si sono moltiplicati e le decisioni finanziarie si sono intrecciate con la vita delle persone in modo sempre più profondo. Chi ha vissuto abbastanza a lungo in quel sistema, generazioni di americani che hanno visto nonni e genitori affidarsi a un advisor, ha interiorizzato una semplice verità: la competenza tecnica non si improvvisa, e delegarla a qualcuno di fiducia non è debolezza, è saggezza.
In Italia quel cammino è iniziato più tardi, i primi fondi comuni arrivarono solo nel 1984, appena 2 anni prima che io iniziassi la mia storia professionale. Ma la direzione è la stessa. E forse, raccontare storie come quella di Edward Leffler è anche un modo per accelerarla.
Perché il tempo, nei mercati come nella vita, premia raramente chi improvvisa.
Premia molto più spesso chi riesce ad avere un metodo, la pazienza di seguirlo… e qualcuno accanto capace di aiutarlo a non perderlo per strada.
Buoni investimenti a tutti!
Paolo Zanoboni

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