Questa mattina, sfogliando Il Sole 24 Ore, ho trovato in prima pagina un argomento che seguo da molti anni e che considero uno dei più importanti per il futuro dei giovani lavoratori: la previdenza complementare.
Dal 1° luglio 2026 entreranno infatti in vigore alcune novità che riguardano i fondi pensione.
Devo essere sincero: quando si parla di pensione vedo spesso gli occhi delle persone spegnersi. È un argomento percepito come lontano, quasi noioso. Eppure, paradossalmente, è proprio il tempo il più grande alleato di chi vuole costruire serenamente il proprio futuro.
In oltre quarant’anni di lavoro ho incontrato moltissime persone preoccupate per la pensione futura. Molto meno numerose, invece, quelle che avevano iniziato a occuparsene per tempo.
Per questo ho pensato di condividere con un mese di anticipo le principali novità e qualche riflessione personale. Perché dietro a queste modifiche non vedo soltanto nuove regole tecniche, ma un cambiamento culturale importante nel modo di concepire il risparmio di lungo periodo.
Vediamo quindi quali sono le tre novità principali.
1. L’adesione automatica: da scelta a “spinta gentile”
La modifica più importante è probabilmente quella che si nota meno.
Fino ad oggi aderire a un fondo pensione era una scelta che il lavoratore doveva compiere attivamente. Spesso, però, si trattava di una decisione rimandata all’infinito. Non perché mancasse l’interesse, ma perché le urgenze quotidiane tendono sempre a prevalere sulle cose che sembrano lontane.
Dal 1° luglio, per i neoassunti del settore privato, il meccanismo si invertirà. L’iscrizione al fondo pensione previsto dal proprio contratto sarà automatica, con destinazione del TFR e dei relativi contributi. Chi non desidera aderire potrà rinunciare, ma dovrà farlo espressamente entro 60 giorni.
È quello che gli economisti chiamano “spinta gentile”: sfruttare l’inerzia delle decisioni a favore di un comportamento che, nella maggior parte dei casi, può rivelarsi utile.
Il messaggio implicito è molto forte: la previdenza complementare non viene più considerata un’aggiunta facoltativa alla retribuzione, ma una componente naturale della costruzione del reddito futuro.
Parlando da padre, prima ancora che da consulente, vedo molti giovani preoccupati per il loro futuro. La buona notizia è che, quando vengono informati e coinvolti, spesso dimostrano una consapevolezza molto maggiore di quella che siamo abituati ad attribuire loro.
2. Il valore educativo della gestione “life cycle”
Ancora più interessante, almeno dal mio punto di vista, è la modifica che riguarda l’investimento delle somme versate da chi non effettua una scelta specifica.
Fino ad oggi il denaro finiva generalmente nei comparti garantiti, caratterizzati da un rischio molto basso ma anche da rendimenti spesso modesti, soprattutto per chi ha davanti a sé decenni di vita lavorativa.
Dal 1° luglio il percorso predefinito sarà invece quello cosiddetto “life cycle”.
Tradotto in parole semplici: quando si è giovani la quota investita nei mercati azionari sarà più elevata; con il passare degli anni e l’avvicinarsi della pensione, l’investimento diventerà gradualmente più prudente.
Trovo questa scelta particolarmente intelligente perché insegna, senza bisogno di lunghe spiegazioni, uno dei principi più importanti della pianificazione finanziaria: il rischio non è necessariamente un pericolo, ma uno strumento che va utilizzato in modo diverso a seconda del tempo che abbiamo davanti.
Un giovane lavoratore che magari non ha mai letto un libro di finanza e non sa nulla di investimenti si troverà quasi inconsapevolmente a beneficiare di una logica che molti investitori scoprono solo dopo anni di esperienza.
In un certo senso è educazione finanziaria incorporata nel prodotto.
3. Un piccolo aumento della deducibilità, ma un segnale importante
La terza novità riguarda il limite di deducibilità fiscale dei contributi versati ai fondi pensione, che passa da 5.164,57 euro a 5.300 euro annui.
Non stiamo parlando di una rivoluzione.
Lo riconosce anche Il Sole 24 Ore: dal punto di vista numerico l’impatto è limitato.
Tuttavia i segnali, in economia come nella vita, contano spesso più dei numeri.
Il legislatore sta infatti confermando una direzione precisa: rendere la previdenza complementare sempre più centrale all’interno della pianificazione finanziaria delle famiglie italiane.
Una riflessione finale
Al di là delle singole novità, ciò che mi colpisce è il cambio di prospettiva.
Per molti anni abbiamo considerato la pensione come qualcosa che avrebbe dovuto pensare a garantire lo Stato. Oggi sta diventando sempre più evidente che ciascuno di noi dovrà assumere un ruolo attivo nella costruzione della propria sicurezza economica futura.
Non significa vivere con l’ansia del domani.
Significa semplicemente iniziare a dedicare qualche pensiero in più a una delle poche certezze che abbiamo: il tempo passa comunque. E più passa, più il tempo diventa prezioso.
Per oggi mi fermo qui.
La prossima volta entrerò maggiormente nel dettaglio delle differenze tra lasciare il TFR in azienda, aderire a un fondo negoziale oppure scegliere un fondo pensione aperto.
Perché, come spesso accade, non esiste una soluzione giusta per tutti. Esiste però una soluzione più adatta alla propria situazione.
E scoprirla per tempo può fare una differenza enorme quando quel futuro che oggi sembra lontano sarà diventato presente.
Era il tempo dei Ruggenti anni Venti. L’America correva, i mercati salivano, e chi aveva denaro poteva sognare di moltiplicarlo. Ma chi non lo aveva, il contabile, l’operaio qualificato, la famiglia del ceto medio, rimaneva fuori dalla porta. Il mercato azionario era un club privato, riservato ai Rockefeller, ai grandi industriali, a chi poteva permettersi di rischiare cifre considerevoli in strumenti opachi, illiquidi, e spesso truffaldini.
In questo scenario entra in scena un personaggio improbabile: Edward Leffler, un venditore di articoli per la casa. Non un banchiere, non un accademico di Harvard. Un uomo di strada, abituato a guardarsi negli occhi i clienti, a capire i loro problemi reali. E il problema che vedeva ovunque era sempre lo stesso: non esiste uno strumento d’investimento valido per chi non è già ricco.
I fondi dell’epoca, i cosiddetti fondi chiusi, erano una giungla. I gestori non dichiaravano le posizioni, compravano con la leva, speculavano senza scrupoli. E quando un piccolo investitore voleva uscire, doveva trovare da solo un compratore disposto a pagare un prezzo spesso lontano dal valore reale. Era un meccanismo pensato per proteggere chi stava dentro, non per aiutare chi voleva entrare.
Leffler aveva un’idea diversa. Semplice, quasi ovvia a dirsi, ma rivoluzionaria nella pratica: creare un fondo che emettesse nuove quote ogni volta che un investitore volesse entrare, e che le riacquistasse a un prezzo equo (valore di mercato) ogni volta che volesse uscire. Trasparenza, liquidità, accessibilità. Un fondo aperto a tutti, non solo ai privilegiati.
Per tre anni bussò a porte chiuse. L’idea era troppo radicale, troppo disruptiva per i circoli finanziari dell’epoca. Poi, quasi per caso, si presentò agli uffici di una piccola società di brokeraggio di Boston: Learoyd, Foster & Co. Charles H. Learoyd e Hatherly Foster Jr. capirono immediatamente. Videro ciò che gli altri non avevano voluto vedere.
Il 21 marzo 1924, i tre fondarono il Massachusetts Investors Trust, il primo fondo comune aperto della storia americana.
Il portafoglio iniziale contava 80 società: ferrovie, aziende di pubblica utilità, nomi solidi e riconoscibili. Alcune di quelle stesse aziende, tra cui Pepsi e Philip Morris , esistono ancora oggi. Il 95% dei titoli originari è tuttora presente sui mercati. Un dato che, a un secolo di distanza, dice tutto sulla filosofia con cui quel fondo era stato costruito: non la scommessa, ma la fiducia nel lungo termine.
Oggi il Massachusetts Investors Trust è ancora quotato, con il ticker MITTX, e gestisce circa sei miliardi di dollari. La società che lo diede alla luce, Massachusetts Financial Services , opera ancora, conosciuta nel mondo come MFS.
Performance dalla nascita ad oggi
I dati precisi di rendimento annualizzato dal 1924 non sono pubblicati in forma aggregata su fonti aperte (MFS li divulga parzialmente nei prospetti regolamentari), ma le informazioni disponibili disegnano un quadro molto chiaro:
Dalla nascita del fondo, il rendimento annuo medio è stato di circa ~9-10% annualizzato (i dati sintetici disponibili su piattaforme terze citano una media, dall’inizio ad oggi, che incorpora tutti i dividendi reinvestiti).
Nell’ultimo decennio (2014–2024), MITTX ha registrato un rendimento annualizzato del 13,32%, leggermente superiore all’S&P 500 che nello stesso periodo ha reso il 12,89%.
Storicamente, il 61% dei mesi è stato positivo e il 39% negativo. Il miglior mese è stato ottobre 1974 (+14,7%), il peggiore ottobre 1987 (-22,1%).
I momenti storici chiave
Durante il crash del 1929, il fondo subì una perdita fortissima ma sopravvisse, continuando a pagare dividendi agli investitori durante la Grande Depressione.
Nel 1959, il Massachusetts Investors Trust era diventato il più grande fondo comune d’investimento degli Stati Uniti.
La filosofia e il processo di investimento sono rimasti invariati dalla fondazione del 1924, detto in termini finanziari attraverso una selezione bottom-up, cioè basata sull’analisi fondamentale delle aziende, in pratica considerare il valore intrinseco della società trascurando le tendenze macroeconomiche o le mode del momento.
Ma c’è una riflessione che va oltre i numeri e le date.
Se il risparmio gestito esiste da oltre cento anni, e se in America ha avuto il tempo di maturare, consolidarsi e diventare infrastruttura culturale prima ancora che finanziaria, non è un caso che oggi negli Stati Uniti il consulente finanziario sia una figura professionale di cui difficilmente si fa a meno, esattamente come, per un’azienda italiana, è impensabile operare senza un buon commercialista.
Non è una questione di moda o di offerta commerciale. È l’esito naturale di un processo lungo un secolo, in cui i mercati sono diventati complessi, i prodotti si sono moltiplicati e le decisioni finanziarie si sono intrecciate con la vita delle persone in modo sempre più profondo. Chi ha vissuto abbastanza a lungo in quel sistema, generazioni di americani che hanno visto nonni e genitori affidarsi a un advisor, ha interiorizzato una semplice verità: la competenza tecnica non si improvvisa, e delegarla a qualcuno di fiducia non è debolezza, è saggezza.
In Italia quel cammino è iniziato più tardi, i primi fondi comuni arrivarono solo nel 1984, appena 2 anni prima che io iniziassi la mia storia professionale. Ma la direzione è la stessa. E forse, raccontare storie come quella di Edward Leffler è anche un modo per accelerarla.
Perché il tempo, nei mercati come nella vita, premia raramente chi improvvisa. Premia molto più spesso chi riesce ad avere un metodo, la pazienza di seguirlo… e qualcuno accanto capace di aiutarlo a non perderlo per strada.
Quando un’azione distribuisce un dividendo, molti investitori hanno la sensazione di ricevere un “regalo”.
In realtà il meccanismo è molto diverso.
Il dividendo non crea automaticamente nuova ricchezza: trasferisce semplicemente una parte del valore della società dal titolo… al conto corrente dell’azionista.
Come funziona davvero
Immaginiamo un’azione che quota:
100 euro
e distribuisca:
5 euro di dividendo
Il giorno dello stacco, teoricamente il titolo aprirà intorno a:
95 euro
Perché quei 5 euro sono usciti dalla società per essere distribuiti agli azionisti.
In pratica:
prima possedevi un’azione da 100 euro
dopo possiedi un’azione da circa 95 euro + 5 euro di liquidità
Non è magia finanziaria. È semplicemente uno spostamento di valore.
La provocazione che spiazza molti investitori
Tecnicamente, un investitore potrebbe:
vendere il titolo prima dello stacco
evitare la tassazione del dividendo (26 %)
ricomprarlo dopo a un prezzo teoricamente più basso
Ed è qui che si comprende un punto importante: se il dividendo fosse un “guadagno extra”, il prezzo del titolo non dovrebbe scendere.
Naturalmente nella realtà il mercato non è mai perfettamente matematico:
il titolo potrebbe scendere meno
oppure di più
o addirittura salire
Perché nel frattempo contano aspettative, trimestrali, tassi e umore dei mercati.
Una azienda sana non è quella che paga più dividendi
Questo è forse il punto più importante.
Una società può essere molto redditizia e decidere comunque di non distribuire utili.
Perché?
Perché può preferire:
investire nella crescita
acquisire concorrenti
sviluppare tecnologia
rafforzare il bilancio
riacquistare azioni proprie
Per anni Amazon non ha distribuito dividendi, pur creando enorme valore per gli azionisti.
Anche Berkshire Hathaway di Warren Buffett ha quasi sempre scelto di reinvestire gli utili invece di distribuirli.
L’idea è semplice: se l’azienda riesce a far crescere il capitale ad alti rendimenti, può avere più senso reinvestire che distribuire.
Perché allora i dividendi piacciono tanto?
Perché psicologicamente sono rassicuranti.
Ricevere un accredito periodico:
dà la sensazione di reddito
rende l’investimento più “concreto”
aiuta molti investitori a mantenere la calma
Ed infatti i dividendi possono avere molto senso:
per chi cerca integrazione al reddito
per chi è in pensione
per chi desidera flussi periodici
Ma non bisogna confondere il dividendo con un guadagno automatico.
La vera domanda da porsi
La domanda intelligente non è:
“Quanto dividendo paga?”
Ma piuttosto:
l’azienda cresce?
produce utili solidi?
il dividendo è sostenibile?
sta creando valore nel tempo?
Perché a volte i dividendi più alti nascondono aziende deboli. Mentre alcune delle società migliori del mondo distribuiscono poco… o nulla.
Ed è proprio qui che spesso passa la differenza tra cercare cedole… e ragionare davvero da investitori.
Il petrolio è sempre un ottimo termometro macroeconomico.
Un suo rialzo, come sappiamo, può tradursi rapidamente in pressione inflattiva, con effetti potenzialmente negativi sui mercati finanziari: aumento dei costi, margini sotto stress e politiche monetarie più restrittive.
Ma c’è un punto che spesso viene sottovalutato.
Lo stesso fattore di rischio può diventare anche uno strumento di protezione.
Inserire in portafoglio una quota di materie prime prima che certi scenari si manifestino non è una scommessa, ma una forma di prevenzione. Significa costruire resilienza, non inseguire gli eventi.
Aspettare che un rischio diventi realtà è quasi sempre il modo più costoso per affrontarlo.
La vera differenza, nel lungo periodo, la fa una diversificazione fatta con anticipo e consapevolezza.
👉 “Quanti portafogli oggi sono davvero preparati a uno scenario inflattivo?”
In Italia la fiscalità sugli investimenti segue regole che, a volte, sembrano più frutto della confusione che della logica. Da anni si parla di semplificazione, ma nella pratica le cose funzionano ancora così. E per l’investitore, capirle può fare una differenza concreta nei risultati finali.
Senza entrare in tecnicismi, esistono diversi regimi fiscali. Qui mi soffermo su due: il risparmio amministrato e il risparmio gestito. Non per fare teoria, ma perché incidono davvero sull’efficienza del portafoglio.
Nel regime amministrato le imposte si applicano su ogni singola operazione. Guadagni? Paghi subito. Perdi? Nasce una minusvalenza.
Ed è qui che entra in gioco uno strumento poco conosciuto ma molto importante: lo zainetto fiscale. Ogni intermediario mantiene uno “zaino” dove finiscono le minusvalenze realizzate negli ultimi quattro anni. Quattro anni: questa è la loro vita. Se non vengono utilizzate entro questo periodo, scompaiono.
Tradotto: una perdita può diventare inutile se non viene gestita con attenzione.
Nel risparmio gestito, pensiamo ai fondi o alle SICAV, la logica è diversa da quella che molti immaginano. Quando l’investitore vende in perdita, si genera una minusvalenza. Quando invece vende in guadagno, paga l’imposta sul capital gain.
Fin qui sembrerebbe tutto normale. Ma c’è un dettaglio importante: non esiste alcuna compensazione tra le due cose.
La minus finisce nello zainetto fiscale e potrà essere usata solo contro redditi diversi futuri. Il guadagno, invece, viene tassato subito. Separatamente. Senza dialogo tra loro.
In pratica: si paga sulle operazioni in utile, mentre quelle in perdita non riducono l’imposta nello stesso momento. Ed è questo che, in certe situazioni, può rendere il meccanismo meno efficiente di quanto si pensi.
Per chiarire meglio, ecco una sintesi semplice:
📊 Regimi fiscali a confronto
Aspetto
Risparmio amministrato
Risparmio gestito (fondi/SICAV)
Tassazione
Su ogni operazione
Al momento del realizzo
Guadagni
Tassati subito
Tassati subito
Perdite (minusvalenze)
Compensabili
Vanno nello zainetto fiscale
Compensazione immediata
✔ Sì
❌ No
Efficienza fiscale
Più controllabile
Spesso meno efficiente
📌 Un caso concreto
Un cliente aveva accumulato negli anni circa 8.000 euro di minusvalenze. Non ci aveva mai dato troppo peso. “Tanto prima o poi si recuperano”, mi disse.
Nel frattempo, però, aveva investito una parte importante del patrimonio in fondi. Alcuni di questi erano andati bene, e aveva realizzato dei guadagni. Su quei guadagni aveva pagato le imposte. Subito.
Le minus, invece, erano rimaste nello zainetto fiscale. In attesa.
Quando ci siamo fermati a rivedere la situazione, mancava meno di un anno alla scadenza dei quattro anni. Se non avessimo fatto nulla, quei 8.000 euro si sarebbero semplicemente azzerati.
Abbiamo quindi riorganizzato una parte del portafoglio, inserendo strumenti che generassero redditi compensabili. In pochi mesi, è riuscito a recuperare gran parte delle minusvalenze.
Non aveva cambiato il suo obiettivo di investimento. Ha semplicemente iniziato a guardarlo con più consapevolezza.
Fin qui la struttura. Ma l’efficienza fiscale si gioca anche nei dettagli. E a volte nei dettagli si nascondono sorprese, magari semplicemente parlando di comuni BOT e BTP.
E tu, sai cosa c’è oggi nel tuo zainetto fiscale… e quanto tempo ti resta per usarlo?
Negli ultimi tempi oro e argento hanno mostrato movimenti improvvisi: salite rapide, correzioni brusche, volatilità evidente. Per molti si tratta solo di dinamiche di mercato. In realtà, spesso i metalli preziosi si muovono quando cambia qualcosa di più profondo: la fiducia nel sistema monetario globale.
Per comprendere il contesto bisogna partire da due pilastri della finanza internazionale: il sistema SWIFT e le valute fiat.
Cos’è il sistema SWIFT (spiegato in modo semplice)
Il sistema SWIFT è la principale rete di comunicazione finanziaria mondiale. Non è una banca e non è una moneta: è l’infrastruttura che permette alle banche di scambiarsi informazioni per effettuare pagamenti internazionali.
Quando un’azienda europea paga un fornitore in Asia o quando due paesi regolano un’operazione commerciale, molto spesso il messaggio passa da SWIFT. Per questo è considerato un pilastro del commercio globale.
Negli ultimi anni, però, alcuni paesi emergenti, in particolare l’area BRICS, stanno sviluppando sistemi di pagamento alternativi, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza da questa rete e regolare gli scambi in modo più autonomo.
Cosa significa “valuta fiat”
Il termine fiat deriva dal latino e significa “per decreto”. Una valuta fiat è una moneta che ha valore perché uno Stato stabilisce che lo abbia e perché esiste fiducia nel sistema che la emette.
Euro, dollaro e yen sono tutte valute fiat. Non sono convertibili in oro e non sono legate a un bene fisico. Funzionano grazie alla fiducia nelle istituzioni, nell’economia e nella stabilità del Paese che le emette.
Quando però cambiano gli equilibri economici e geopolitici globali, anche la distribuzione della fiducia può cambiare.
Dedollarizzazione: cosa significa davvero
Il dollaro è ancora oggi la valuta dominante del sistema finanziario internazionale. Tuttavia, negli ultimi anni si osserva una tendenza lenta ma significativa verso una maggiore autonomia valutaria di alcuni blocchi economici.
Questo fenomeno è spesso definito dedollarizzazione e si manifesta attraverso:
aumento del commercio internazionale regolato in valute locali
sviluppo di sistemi alternativi a SWIFT
crescita delle riserve auree da parte delle banche centrali
sperimentazioni con valute digitali delle banche centrali (CBDC)
In alcuni contesti si discute anche di possibili unità di conto internazionali sostenute in parte da asset reali come l’oro (talvolta indicate con il nome informale “The Unit”). Non si tratta di una nuova moneta globale, ma del segnale di un sistema che si sta evolvendo verso un equilibrio più multipolare.
Perché oro e argento sono così importanti oggi
La volatilità dell’oro non dipende solo da inflazione o tassi di interesse. Spesso riflette cambiamenti nella percezione di stabilità del sistema monetario globale.
Quando la fiducia si redistribuisce, i metalli preziosi tornano al centro perché rappresentano un asset neutrale, non legato a una singola nazione e non influenzabile da decisioni politiche dirette.
Non è un ritorno al passato, ma un segnale di transizione.
Cosa significa per chi investe
Non siamo davanti alla fine del dollaro o a un crollo del sistema attuale. Siamo di fronte a una trasformazione lenta e strutturale. E i cambiamenti lenti sono quelli che incidono di più nel lungo periodo.
Comprendere queste dinamiche non serve a fare previsioni sensazionali, ma a leggere il contesto con maggiore consapevolezza. In un mondo più multipolare, complesso e potenzialmente più volatile, diversificazione, prudenza e pianificazione diventano elementi fondamentali per proteggere il valore reale del patrimonio.
La finanza non è previsione del domani. È preparazione al futuro.
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